La rilevanza penale della condotta di mobbing

Nell’ordinamento giuridico italiano non è prevista una fattispecie tipica di reato di mobbing. Tuttavia, in alcuni casi, le condotte mobbizzanti possono comunque assumere rilevanza penale. Sul punto, con la recente pronuncia n. 12827/2022, la Suprema Corte di Cassazione, sezione V penale, ha stabilito che integra il delitto di atti persecutori ex art. 612 bis c.p., la condotta vessatoria tenuta dal datore di lavoro nei confronti di un dipendente. Tale condotta, consistita in plurimi atteggiamenti ostili e preordinati alla mortificazione e all’isolamento dello stesso all’interno dell’ambiente di lavoro, causava “un vulnus alla libera autodeterminazione della vittima, così realizzando uno degli eventi alternativi previsti dall’art. 612 bis c.p.”; eventi che possono consistere in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, in un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto oppure di persona legata al medesimo da relazione affettiva o, infine, nella costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.

COS’È IL MOBBING

Pur in assenza di una specifica definizione legislativa, il mobbing è caratterizzato da una pluralità di atteggiamenti aggressivi e persecutori realizzati sul luogo di lavoro, finalizzati ad emarginare il soggetto bersaglio di tali comportamenti. In particolare, tali azioni devono essere miratesistematiche e prolungate nel tempo, non potendosi ravvisare alcuna forma di mobbing in presenza di eventi isolati (in questo caso, si potrebbe parlare, tutt’al più, di straining).

Inoltre, il mobbing non si presenta quale fenomeno unitario, distinguendosi al suo interno tra:

  1. mobbing verticale, quando i soggetti coinvolti non sono posti, da un punto di vista lavorativo, sullo stesso piano; all’interno di questa categoria si distingue ulteriormente tra:
  • mobbing discendente (o bossing), quando le condotto vessatorie sono perpetrate dal datore di lavoro nei confronti di un dipendente o sottoposto;
  • mobbing ascendente, quando è il lavoratore collocato in una posizione subordinata a perpetrare, nei confronti di un soggetto gerarchicamente superiore, azioni vessatorie;
  1. mobbing orizzontale, quando i lavoratori coinvolti si trovano sullo stesso livello.

Oltre ad essere mirate, sistematiche e prolungate nel tempo, affinché queste condotte possano considerarsi mobbizzanti è necessario che ledano un bene giuridico tutelato dall’ordinamento, quale, a titolo d’esempio, la salute e la personalità o dignità della vittima. In aggiunta a ciò, la lesione di questi beni giuridici deve essere eziologicamente collegata alle azioni vessatorie poste in essere dal mobber, le quali devono, altresì, essere tutte riconducibili ad un medesimo intento persecutorio. Tale interpretazione è stata avvallata anche dalla Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con pronuncia n. 17698/2014.

Per stabilire se un soggetto abbia subito o meno condotte mobbizzanti, è necessario fare riferimento a sette parametri tassativi che la presunta vittima deve provare, come ribadito anche dagli Ermellini nel 2015 (Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 10037/2015):

  1. le vessazioni devono avvenire sul luogo di lavoro;
  2. i comportamenti prevaricanti devono verificarsi in un prolungato lasso di tempo;
  3. le condotte devono essere plurime e frequenti;
  4. le azioni ostili devono riguardare la possibilità di comunicare, l’isolamento sistematico, variazione delle mansioni/demansionamento, attacchi alla reputazione, violenza o minacce;
  5. deve sussistere un dislivello tra i soggetti coinvolti (nel caso più tipico di mobbing);
  6.  deve esserci un andamento secondo fasi successive di progressivo peggioramento della condizione di salute, lavorativa etc.
  7. deve sussistere un intento persecutorio, id est un più grande disegno vessatorio.

MOBBING E CODICE PENALE

Come si anticipava, nell’ordinamento italiano non è previsto il reato di mobbing; tuttavia, stante il carattere persecutorio delle condotte poste in essere dal mobber, la giurisprudenza ha riconosciuto che le stesse possono integrare, oltre al delitto di cui all’art. 612 bis c.p., le seguenti fattispecie criminose:

a)maltrattamenti contro familiari e conviventi ex  572 c.p., solo in realtà lavorative strutturate in modo tale da far sorgere legami e rapporti di tipo para-familiare;

b)violenza privata ex  610 c.p., qualora la condotta vessatoria abbia costretto il soggetto mobbizzato ad adottare un determinato tipo di comportamento;

c)minaccia ex  612 c.p., in caso di prospettazione di future ed ingiuste conseguenze dannose in capo alla vittima;

d)lesioni personali dolose ex  582 c.p. e colpose ex art. 590 c.p., qualora le condotte mobbizzanti ledano l’integrità psico-fisica della vittima;

e)violenza sessuale ex  609 bis c.p., qualora le condotte vessatorie rientrino nella nozione di “atto sessuale” elaborata dalla giurisprudenza (nella quale vanno ricompresi anche baci o abbracci non consenzienti);

f)molestia o disturbo alle persone ex  660 c.p., in caso di condotte più attenuate rispetto a quelle sopra descritte;

g)abuso d’ufficio ex  323 c.p., quando, nell’ambito del pubblico impiego, le condotte vessatorie siano state perpetrate da pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio.

QUALE RISTORO PER LA VITTIMA DI MOBBING?

Per la varietà delle condotte vessatorie, idonee a ledere una molteplicità di beni giuridici, il soggetto mobbizzato può patire differenti tipi di danno.

Dal punto di vista patrimoniale, il soggetto vittima di mobbing può chiedere il risarcimento dei costi sostenuti per affrontare le cure relative alle lesioni alla sua salute ed integrità psicofisica, nonché quello per i mancati guadagni derivanti, ad esempio, da un ingiusto ed ingiustificato demansionamento.

Per quanto concerne i danni non patrimoniali, è possibile chiedere il ristoro per tutte e tre le tipologie di danno oggi pacificamente riconosciute anche dalla Corte Costituzionale: danno biologico (relativo ad accertate lesioni del diritto alla salute), morale (che si estrinseca nel patema d’animo sofferto dal soggetto mobbizzato) ed esistenziale (quando, in conseguenza delle condotte perpetrategli, il soggetto ha subito un’alterazione delle proprie abitudini di vita e delle proprie relazioni sociali).

Ai fini del risarcimento dei danni, consolidata giurisprudenza, di merito e di legittimità, pone in capo al soggetto l’onere della prova, dovendo egli dimostrare l’esistenza di tali danni, la loro riconducibilità a condotte vessatorie realizzate dal datore di lavoro o da altro soggetto sul luogo di lavoro, nonché l’esistenza di un intento persecutorio da parte di quest’ultimo.

Lo Studio presta assistenza nell’ambito di procedimenti penali, aventi ad oggetto anche l’integrità fisica e morale dei lavoratori, nonché assiste i dipendenti/collaboratori, oggetto di condotte persecutorie/discriminatorie sul posto di lavoro.

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