Il reato di stalking

Definizione

Il reato di atti persecutori, comunemente denominato stalking, è disciplinato dall’ordinamento italiano, a tutela della libertà personale e morale della vittima, all’art. 612 bis del codice penale, a mente del quale “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Pertanto, si rende autore di stalking chiunque (trattasi, per l’appunto, di reato comune) ponga in essere, in modo reiterato, condotte moleste e minacciose a danno di un terzo soggetto. La ripetizione dei comportamenti penalmente rilevanti costituisce requisito imprescindibile ai fini della sussistenza del reato in oggetto (ricompreso, infatti, tra quelli abituali), in mancanza della quale potrebbero trovare applicazione le meno gravi fattispecie della violenza privata (art. 610 C.p.), della minaccia (art. 612 C.p.) o della molestia (art. 660 C.p.).

Gli eventi causati dalle condotte dello stalker

Affinché sussista il reato di stalking, deve verificarsi, in conseguenza delle condotte realizzate dall’agente a danno della persona offesa, almeno uno dei seguenti eventi alternativi:

  1. perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  2. fondato timore per la propria incolumità o per quella di un prossimo congiunto o comunque di una persona alla quale la vittima è affettivamente legata;
  3. la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.

In un procedimento penale avanti al Tribunale di Pavia, seguito dal nostro studio a tutela della parte civile (donna oggetto di plurimi atti persecutori), l’imputato è stato condannato con l’aggravante di aver agito nei confronti della ex convivente che ha altresì ottenuto un risarcimento dei danni per i danni (morali e non) patiti: in particolare, all’esito delle indagini preliminari, la Procura della Repubblica ha ritenuto che le ripetute condotte – consistite in minacce (anche nei confronti dei genitori della persona offesa) molestie e appostamenti – abbiano ingenerato nella querelante un fondato timore per la propria incolumità, altresì costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita.

Atti persecutori o maltrattamenti?

L’incipit della norma in oggetto – “Salvo che il fatto costituisca più grave reato” – prevede che, qualora le condotte persecutorie integrino allo stesso tempo una fattispecie delittuosa più grave, trovi applicazione quest’ultima in luogo del delitto di cui all’art. 612 bis C.p.

È il caso, ad esempio, del reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi ex art. 572 C.p., il quale si differenzia dall’ipotesi aggravata di stalking (612 bis, comma II, C.p., fatto commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa etc.) in quanto i comportamenti illeciti vengono realizzati dall’agente in costanza di vincolo familiare (o a questo assimilato).

Invece, secondo un consolidato principio ribadito dalla Suprema Corte di Cassazione, troverà applicazione l’art. 612 bis, comma II, C.p. “in presenza di comportamenti che, sorti nell’ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale”.

Nel caso sopra citato, l’imputato è stato giudicato per il solo reato di atti persecutori e non anche per quello di maltrattamenti, proprio perché, all’esito delle indagini preliminari, erano emersi elementi sufficienti a formulare un’imputazione solo in riferimento alle condotte realizzate al termine della convivenza e relazione affettiva, seppur originate dalla stessa.

Stalking: quale tutela per la persona offesa?

Il reato ex art. 612 bis C.p. è procedibile a querela di parte entro sei mesi (invece dei consueti tre) dall’insorgenza di uno degli eventi alternativi sopra citati.

L’art. 2 della Legge n. 69 del 2019 (c.d. “Codice Rosso”) stabilisce che “il pubblico ministero assume informazioni dalla persona offesa e da chi ha presentato denuncia, querela o istanza, entro il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, salvo che sussistano imprescindibili esigenze di tutela di minori di anni diciotto o della riservatezza delle indagini, anche nell’interesse della persona offesa” così da consentire che vengano adottati il prima possibile eventuali provvedimenti a protezione della vittima.

Il Codice Rosso ha, altresì, introdotto l’obbligo di formazione degli operatori di polizia che esercitano funzioni di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria in relazione alla prevenzione e al perseguimento di specifici reati quali quello di stalking, violenza sessuale e maltrattamenti (art. 5). I corsi sono finalizzati a preparare gli operatori ad approcciarsi alle vittime con l’attenzione e la cura richiesti, consentendo loro di adottare i giusti protocolli per la prevenzione e valutazione del rischio dell’eventuale reiterazione di condotte abusanti, violente o persecutorie.

Inoltre, per il delitto di atti persecutori (come per i maltrattamenti, la violenza sessuale etc.) è previsto che siano fornite alle vittime, da parte delle forze dell’ordine, dei presidi sanitari e delle istituzioni pubbliche, tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio con il quale la persona offesa, ove ne faccia richiesta, deve essere messa in contatto.

Non è infrequente che, nel corso delle indagini preliminari e durante le fasi processuali, venga applicata all’indagato/imputato la misura cautelare personale introdotta dall’art. 282 ter C.p.p.: trattasi del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, eventualmente estendibile, ove ricorrano determinate esigenze di tutela, a quelli frequentati dai prossimi congiunti della stessa o da suoi conviventi.

Ai sensi dell’art. 384 bis C.p., nei casi in cui l’autore del reato venga colto in flagranza, gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria possono disporre (previa autorizzazione del pubblico ministero) l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare con divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa.

Infine, in alternativa alla querela la vittima di stalking può in prima battuta ricorrere alla “procedura di ammonimento” di cui all’art. 8 della Legge n. 38/2009, formulando richiesta al questore affinché quest’ultimo ammonisca lo stalker, convincendolo a desistere dal porre in essere ulteriori condotte persecutorie. All’esito di tale procedimento – nel corso del quale lo stesso persecutore viene ascoltato dal questore – quest’ultimo può respingere (qualora ritenga insufficienti le prove raccolte) o accogliere l’istanza e, in quest’ultimo caso, ammonirà verbalmente il soggetto agente e redigerà apposito verbale.

Tale ammonimento comporta la sospensione dell’autorizzazione per la detenzione di armi e munizioni e, qualora le condotte persecutorie non cessino (e venga avviato un procedimento penale) esso costituisce una circostanza aggravante suscettibile di comportare un aumento della pena inflitta al reo.

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Lo studio, per il tramite anche di consulenti specializzati, presta assistenza a persone oggetto di reati persecutori, assumendo tutte le iniziative finalizzate a garantire, in primo luogo, la cessazione dei dette condotte penalmente rilevanti e, in secondo luogo, il giusto riconoscimento del danno subito.

 

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